FENOTIPO e GENOTIPO di Piero Alquati
Poiché ad un grande della
biologia dobbiamo rispetto, riteniamo giusto affiancare il fenotipo al suo
nascosto rivale, il genotipo, cui dobbiamo riconoscere un valore zootecnico che
merita la considerazione anche dell'allevatore delle razze canine.
Con il termine di fenotipo
identifichiamo una forma biologica nata da una memoria genetica che ha
interagito prima con l'ambiente embrionale e post embrionale, poi con
l'ambiente esterno.
Con il termine di genotipo
identifichiamo le memorie dei geni, le memorie ereditarie non sempre
corrispondono all'immagine del fenotipo cui appartiene.
Il genotipo si manifesta
attraverso i discendenti che genera, tuttavia è ancora difficoltoso distinguere
ed individuare completamente le sue memorie ereditarie poiché l'indagine è
facilmente inquinata dagli effetti paratipici, da un limitato numero di
discendenti generati e da una ridotta varietà d'unioni che, per fornire esatte
informazioni, dovrebbero essere molteplici ed occasionali. Se il genotipo
corrispondesse sempre al fenotipo, non esisterebbe la difficoltà di replicare
le doti di un riproduttore.
L'utilizzo del fenotipo e del
genotipo
Diversi sono i criteri con i
quali l'allevatore utilizza il fenotipo ed il genotipo.
Il criterio selettivo
fenotipico suggerisce l'impiego di riproduttori in possesso di doti ritenute
eccellenti e suppone che, quanto evidenziato dal fenotipo, sia replicato dal
genotipo. Una metodologia che
ispira i criteri zootecnici del performance test. Per questi princìpi, in
natura, gli appartenenti ai due sessi vengono reciprocamente attratti da un
partner che appaga l'immagine, suggerita da memorie istintive, che possegga
forme, colori e comportamenti ideali per la continuità della razza.
Il criterio selettivo
genotipico suggerisce l'impiego di produttori che abbiano dimostrato,
attraverso opportune prove in razza, di poter replicare il loro fenotipo o di
trasmettere doti non manifeste, ma scritte, nelle memorie dei loro geni.
Altrettanto invoglia a scartare quei riproduttori che non riproducono le loro
doti e generano difetti o tare. Una metodologia che ispira i criteri zootecnici
del progeny test. Per questi princìpi, in natura, la selezione, escludendo
dalla riproduzione i soggetti ritenuti inadatti, permette di far prevalere la
stirpe dei migliori riproduttori.
Una necessaria evoluzione
Il genotipo s’identifica,
quindi, solo attraverso la valutazione dei discendenti. Quest'indagine, per
l'allevatore cinofilo, non è né facile né indolore dovendo imporsi nuove regole
organizzative.
E' ormai tempo che i criteri
selettivi, fortemente influenzati dal performace test, imperniati sul principio
della ripetizione del fenotipo, si evolvano adottando i criteri selettivi del
progeny test, intesi a individuare i pregi e i difetti prodotti dal genotipo di
un riproduttore, consentendone un oculato impiego: un'innovazione in atto, da
tempo, presso i più qualificati allevamenti di animali che hanno come scopo la
salute e la sazietà nel mondo.
La pressione selettiva
esercitata dall'allevatore cinofilo tiene conto di molteplici parametri, sia
morfologici che attitudinali. Di norma, per raggiungere un risultato, si affida
all'intuito ed all'esperienza piuttosto che ai suggerimenti della genetica e,
spesso, non si comporta come uno zootecnico, ma piuttosto come un giocatore
d'azzardo.
La valutazione di pochi e di
molti geni
Per addentrarci nell'analisi di
queste considerazioni, è giusto ricordare che, per carattere, s'intende quella
parte circoscritta di un fenotipo, come lo sono il colore degli occhi o il
colore del manto, la cui variabilità morfologica è prodotta dalle memorie di
uno o pochi geni. La trasmissione di un singolo carattere segue la
sistematicità dei criteri mendeliani, rendendo intuitive le regole di questo
processo genetico, anche se oggi, più evolute conoscenze, le hanno rese più
esatte e più complesse.
Spesso, erroneamente,
l'identificazione di un carattere viene attribuita ad una vasta regione la cui
costruzione è dovuta all'opera di più geni e facilmente contaminata dagli
effetti ambientali (carenze soggettive, malattie, alimentazione, movimento,
ecc.). Un esempio emblematico ce la offre l'esenzione da displasia che viene
usualmente identificata come un carattere, mentre molte e complesse sono le
regioni la cui analisi morfologica, consente l'attribuzione di esenzione. La
loro costruzione proviene dalle memorie di molti geni che interagiscono tra
loro, condizionati da eventi occasionali, e producono i molteplici caratteri di
cui sono composte le regioni alle quali, impropriamente, attribuiamo la generica
denominazione di "esente da displasia". Per l’indagine ereditaria di queste regioni complesse non
valgono i criteri utili per indagare la sistematicità ereditaria di un singolo
carattere, ma la frequenza dei loro pregi e difetti .
Il tentativo di generare
soggetti esenti da displasia non ha, dopo una lunga, laboriosa e limitante
selezione, sortito gli esiti solutori auspicati perché si è sempre avvalsa
della sola valutazione fenotipica delle anche del cane. Un criterio che si
affida, come già detto, ai princìpi del performance test e non del progeny
test.
La definizione di "esente
da displasia", attribuita ad un riproduttore attraverso un semplice esame
radiografico, viene usualmente intesa come una garanzia di esenzione, da
quest'affezione, nei discendenti, mentre non può essere assolutamente garantita
da un semplice esame morfologico. Di maggiore importanza è la conoscenza del
grado di esenzione dei fratelli del soggetto in esame in quanto, collaterali,
consentono di presumere il suo genotipo. E' facile comprendere che è molto più
apprezzabile un soggetto esente da displasia e, con lui, lo siano i genitori ed
i fratelli, piuttosto di un altro, pur esente, il cui insieme familiare sia
invece affetto da displasia. Altrettanto importante è conoscere il grado di
esenzione di tutti i soggetti da
lui prodotti. Così come suggerimenti possono provenire dall’analisi delle linee
di sangue delle fattrici alle quali è stato unito per ponderare quali siano i
ceppi d’incontro che hanno incrementato o diminuito, rispetto alla norma, la presenza di questo male ereditario.
Così come è importante stabilire la misura di responsabilità d’insorgenza, o di
peggioramento, a fenomeni ambientali. Una gamma di constatazioni, che tutte
insieme, filtrate da più consistenti tecnologie della scienza genetica, possono
identificare il genotipo di un riproduttore.
A riprova di quanto detto,
possiamo asserire che, la sola indagine fenotipica delle anche del cane, dopo
quasi cinquant'anni di lavoro, non ha prodotto alcun concreto miglioramento,
tanto che le ansie, che essa procura, sono ancora, purtroppo, quelle di un
tempo.
Le conseguenze dell'indagine
genotipica
Quanto premesso può apparire
una stucchevole disquisizione, ma l'attenzione del lettore potrebbe forse
essere incentivata traducendo, in termini concreti, quanto può variare, nel
pensiero dell'allevatore cinofilo, un impiego oculato del genotipo.
Questa più attenta valutazione,
potrà aprire dubbi in coloro che sono abituati a stimare l'effimero valore
fenotipico e comprenderanno che, la reale stima economica e zootecnica di un
soggetto, dovrebbe derivare dalle doti del suo genotipo. Il fenotipo, complesso
di caratteri visibili, è una falena che inganna, il genotipo, complesso di
caratteri genetici nascosti, consente risultati zootecnici.
L'apprezzamento fenotipico di
un riproduttore si realizza imponendosi nelle esposizioni, anche le più
impegnative della propria razza e può raggiungere un notevole valore
commerciale, ma solo per un impulsivo acquirente. Per un serio allevatore, il
suo valore dovrebbe essere decretato solo dopo un'attenta testazione della sua
discendenza. Ne conseguirebbe che
la maggior parte delle rivalità agonistiche diminuirebbe poiché il completo
apprezzamento proverrebbe da risultati positivi in razza e non da una effimera
visione della sua immagine, magari garantita da sofisticati apprezzamenti.
Molto più apprezzabile dei
buoni piazzamenti si configura l'efficacia sessuale nei maschi, l'istinto
materno nelle femmine, la prolificità di entrambi, così come la predisposizione
o l'immuno-resistenza verso le principali malattie. Questa attenzione vale
anche per le doti d'attitudine e di comportamento che, essendo ereditarie,
dovranno essere apprezzate solo quelle naturali, non inquinate da
condizionamenti ed addestramenti.
Doti che, solo dopo averle individuate nel genotipo, ci consentiranno di
contare sulla loro eriditabilità.
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